Lady Chocolate never lies...

Verso Itaca: tre donne e un uomo
mercoledì, 27 agosto 2008

Ferie d'agosto

"Andiamo a Barcellona in auto? Potremmo fare qualche tappa in Costa Azzurra! Che ne dici?"
Ascoltando queste parole un brivido mi è salito lungo la schiena. Sarebbe stata la nostra prima vacanza insieme, in auto, che mi rende claustrofobica, attraverso due frontiere per conoscere, apprendere, ricordare.
Intanto...

Melinda "Wow! La nostra prima vacanza, che meraviglia! Poi chissà quante cose vedremo e faremo, quante cose impareremo, come sarà bello condividere le sensazioni del viaggio, coccolarsi a vicenda per scacciare la stanchezza e potremmo rilassarci, lasciarci il caos milanese alle spalle, esercitare le lingue... oddio che bello! Quando, quando si parte?"
Mrs Blonde "Ma tu sei davvero così incosciente? Il nostro inglese zoppica, non parliamo francese da quattordici anni e non sappiamo una parola né di castigliano né di catalano! Per non dire che l'auto ci rende isterici e che farà caldo, caldissimo, suderemo, chissà come saranno i bagni in giro e poi chissà se in Francia troveremo un albergo decente per la notte dato che si parte all'avventura come i quattordicenni che vanno al campeggio! Peccato che siamo sotto i trenta e che un minimo di organizzazione sarebbe d'obbligo! Poi, dico io, non ci si può coccolare beatamente qui nel nostro letto, evitare sta faticaccia corredata di spesa davvero extra e goderci il silenzio estivo di una Milano deserta per ferie?!"
Lady C "Bah, un minimo d'organizzazione c'è, poi perché mai dovremmo restare qui? Certo, invece di tutti sti giorni, avremmo potuto optare per una vacanza più breve, tornare qui prima, goderci la nostra casa e la tranquillità estiva, inoltre non parto serena sapendo che potrebbe diluviare: non sono affatto certa che abbiam fatto un buon lavoro con quel silicone... accidenti, che situazione! Lui è così entusiasta di questo viaggio e i nostri dubbi sono solo ciarle destabilizzanti, forse dovremmo imparare a vivere e a rischiare un po' di più, magari iniziando dall'avventura nei bagni dell'autostrada e cercando di tirare fuori dalla nostra memoria quel po' di lingue straniere imparate negli anni. Non credete che ce la possiamo fare?"

Inutile dire che questa domanda stava per scatenare altri dubbi, altre risposte, altre tarantelle che a loro volta avrebbero avuto seguito e si sarebbero espanse esplodendo come uno stupido pop corn. Ma la nostra fortuna sta nell'avere chi riesce ad appiattire le paranoie di tre donne diverse con autorevolezza e la giusta dose di positività e calma. Con un solo gesto e una boccata di fumo indirizzò la nostra attenzione agli occhi che ci scrutavano in attesa di una risposta.

"Sì, è un'ottima idea, sarà bello, lo sento"

Solo questo, in un soffio, senza pensare più a nulla, perché in quegli occhi c'era e c'è tutto quello di cui ho bisogno.

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venerdì, 11 luglio 2008

La caccia

In agguato al buio artificiale di una finestra chiusa. Ecco dove mi trovo.  In attesa che passi qualcuno di loro. Uno di quei pensieri che arrivano beffardi e veloci convinti che non li afferrerai, che li lascerai andare senza nemmeno aver capito di cosa erano latori. Aspetto.
C'è molto silenzio qui dentro quando loro riposano. Ma io non dormo mai.
Il caldo mi fa desiderare una rossa ghiacciata, ma rallenterebbe i miei riflessi e devo essere rapido se non voglio restare intrappolato in questa selva di suoni e parole che arrivano da lontano e mi si asserragliano intorno desiderosi d'esser tirati fuori dal buio della dimenticanza o per sorprendere felino coloro che non hanno alcuna voglia d'esser colti.
Nascosto in silenzio, tra le dita il sigaro spento per evitare segnali di fumo, la sete che sale, una goccia di sudore mi riga la fronte, ma non mi muovo, non respiro, non... eccolo, ne afferro uno per la coda, un altro passa quasi ghignando approfittando del momento, ma non mi sfugge. Tra i miei denti si dimena appena, ma ormai è preso.
Li osservo. Uno è una goccia di presente, ha la limpidezza dei cristalli e una freschezza spudorata. Colori vivi, suoni vivaci, parole dolci e fraintese perché siamo troppo presi da quel nostro essere sempre vigili, in cerca di stonature, spigoli, dettagli indici di guai. Lasciamo che c'accarezzi il viso e che trovi pace e posto dove la chiarezza lo renderà quieto. Sorrido e mi dico che dovremo scusarci per questo.
Mel ne sarà felice: per una volta aveva ragione lei.
L'altro aggiunge una strana tessera a un puzzle che avremmo dovuto finire tempo fa. Ha in sé il colore delle cose morte, odere putrido di coscienza sporca. Lasciamo che vada a riempire quel piccolo spazio e guardiamo l'insieme: la solita vecchia conversazione. Una di quelle che fai mille volte sempre uguale, ché non ci si capisce mai. Messo lì dà senso al tutto e dice il perché della sua periodica cadenza svelando l'alone d'egoistici alibi che da sempre lo seguono.
Mentre continuo a riflettere su questo, qualcosa mi urta un braccio, mi si accoccola contro il petto e fa le fusa. Il nostro vecchio gatto miagola sornione spuntando fuori da più di un decennio fa. Bianco e furbo com'è sempre stato. Lo accarezzo e lascio che corra ad inseguire quel topo che non ha mai preso e che ancora rincorre.
Cerco di pulire la giacca dal pelo e di riprendere il mio lavoro. Ma arriva da fuori un trillo familiare: il campanello.
Si svegliano. Il momento è passato.
La caccia riprenderà con la prossima calma.

JM

postato da Chocolady alle ore 15:06 | link | commenti (29)
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lunedì, 09 giugno 2008

Fifteen candles

Il mio quindicesimo compleanno! Lo aspettavo come i bambini aspettano Natale, ma non volevo regali, feste e moine, solo trascorrerlo a casa con la mia famiglia, mangiare tutti insieme e in tranquillità. Fare quattro chiacchiere e poi uscire con P. Una semplice e bella giornata.
Non avevo certo considerato che quell'anno il mio compleanno sarebbe caduto di domenica e ancora meno che il figlio dell'amica di mia madre avrebbe fatto la comunione il medesimo giorno!
Mi prodigai a lungo in inutili suppliche: sebbene avessi l'età per stare sola a casa non avevo certo l'età per imporre a mia madre di presentarsi a quel pranzo con la famiglia monca di me.
Feci tutto di mala voglia, eppure all'apparenza pareva che mi fossi pacificamente adattata alla situazione. Arrivati all'agriturismo il mio ego bastardo non ce la fece più a tollerare la noia e la gente e il caldo e la voglia impulsivo-compulsiva di essere altrove. Mi sedetti a tavola e tra una fetta di salame e un cetriolino incominciai a guardarmi intorno. La signora accanto a me aveva un'aria da maestrina repressa, la immaginai dare lezioni sacrosante ai suoi studentelli. E mentre stavo per inoltrare lo sguardo lungo la fila dei commensali un alquanto nitido pensiero bussò e si piazzò al centro del mio cervello: come la faresti morire? Lo scacciai, ma andando avanti nello studio degli invitati continuò a farsi sentire insistente. Alla fine capitolai. Per ognuno di loro immaginai una morte, dolce o violenta, di pace o agonia, asfissiante o sul colpo. Per lei pensai una brutale vendetta di qualche ex alunno cresciuto con evidenti turbe psichiche a causa della sua volgare saccenza e del suo fare puntiglioso e aggressivo che pareva dire "Io ho la verità, tu sei solo uno spregevole moscerino sul mio parabrezza appena lavato". Qualche bambino sfuggì alla mia ecatombe mentale, soprattutto il piccino paffuto che nel suo carrozzino non sapeva di essere lì e forse sognava la sua personale riserva di seni carichi di latte e gioia.
Li vidi spegnersi uno ad uno. La famiglia del festeggiato sparì in una violenta esplosione causata dall'apertura di un pacco regalo che qualcuno aveva gentilmente inviato per posta... all'indirizzo sbagliato!
Il pallidone spilungone accanto a mio padre si tuffò in mare con la moglie e molti sassi legati al collo, quasi che lei fosse la sua zavorra e i sassi quella di lei.
L'ultimo a morire fu il mio "dirimpettaio". Lui, calvo occhi grandi sorriso incancellabile fare gentile e parlata buffa, morì con un'ascia piantata in mezzo agli occhi senza aver finito il piatto di gnocchetti che torturava da almeno venti minuti, che in quella sala affollata e rumorosa sembrarono un'intera settimana. Il quadro fu completo quando il sugo campidanese gli fece da sanguinolenta parrucca.
A quel punto risi. Non finii il mio primo e chiesi di poter uscire. Aria. Ecco che ci vuole per riappacificarsi col mondo. Aria e silenzio.

Mrs Blonde

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giovedì, 22 maggio 2008

Venti minuti nella mia testa con loro quattro (aprile 2007)

"E guarda dove cammini!" "È mai possibile che guardi sempre per aria invece di fare attenzione a ciò che pesti?" "Sei sempre distratta e per di più i motivi delle tue distrazioni sono fantastici e improbabili filmini così sdolcinati da far venire il diabete a chiunque" "Accidenti, le scarpe nuove! Per non dire che siamo in ritardo e ora dobbiamo pure fermarci a vedere di sistemare sto schifo" "Eccerto, fermarci, come no! Magari sulla panchina della piazza a dare spettacolo!" "Beh, qualcosa dobbiamo pur fare, preferisci per caso arrivare nel suo ufficio con sta roba sotto la suola?"
MeLinda fa in tempo a realizzare che le altre due signore sono furiose e che non solo ce l'hanno con lei, ma iniziano pure a litigare tra loro. Mentre la situazione degenera interviene lui "Signore silenzio! State solo creando altra confusione. Tu
(indicando Lady C) inizia a cercare un posto dove fermarci, tu (la Mrs storce il naso) sostituisci MeLinda alla guida e tu... beh... per oggi hai fatto abbastanza!"
È mortificata perché sa che il suo essere perennemente in un mondo incantato crea problemi: è il motivo per il quale è l'unica dei quattro che non esce mai da sola. Beh, quasi mai! Avrebbe voluto dire che non è solo colpa sua, che il marciapierde era ricoperto è che sarebbe stato quasi impossibile non sporcarci; avrebbe voluto dire che è stata questione di un attimo, giusto il tempo di pensare alla cena e di esclamare "Merda!" e non solo perché di quello si trattava, ma per il disappunto e l'imbarazzo e se non fossero state tanto adirate avrebbero riso di questo; avrebbe voluto dire mille altre cose, ma nulla avrebbe cambiato la situazione, nemmeno dire che ieri loro hanno rischiato di farci malmenare da quel tipo grosso, quello del bar che allungava le mani e poi sogghignava soddisfatto, sì, quello cui hanno detto chiaro in faccia che se non avesse smesso ci avrebbe rimesso i gioielli di famiglia. È silenziosa e impacciata mentre ricorda che pure l'ultima volta ha pestato qualcosa e poiché nessuno se n'era accorto siamo entrati alla posta a pagare le bollette. Che imbarazzo quando all'ennesima zaffata fetida Lady C ha realizzato che erano le nostre scarpe e non quelle del vicino! Ma era il nostro turno e col cavolo che saremmo usciti perdendocelo dopo un'attesa di quasi un'ora...
Ci fermiamo su una panchina appartata, con calma tentiamo di ripulire la suola al meglio, le signore sono nervose ma tacciono, lui le osserva severo e MeLinda non può fare a meno di pensare che lo fa solo per preservare un equilibrio già abbastanza sfuggente, ma non le dispiacerebbe fosse un po' anche per lei, MeLinda l'imbranata.
È aprile, un pessimo periodo relazionale, MeL è uscita da sola perché loro devono riflettere, ché è ora di cominciare a ripensare un futuro e lei è ancora troppo immersa nelle sue speranze per partecipare. Li sente discutere mentre risolvono l'ennesimo problema, avverte una sensazione di disagio, ma poi li guarda e le sorridono. Anche questa è andata, chissà che accadrà la prossima volta, ma poi si chiede "Ci sarà una prossima volta?" Sorride lei pure e ci rimettiamo in cammino.
I pensieri sono fermi, nessuno parla, ma almeno ci stiamo calmando e la giornata può ancora migliorare.
"Sono io, ho avuto un imprevisto, tardo di un quarto d'ora" Dice che va bene e mi ringrazia per averlo avvisato.
In quel momento la sua gentilezza era quello di cui avevo bisogno. Smetto di pensare ai casini e organizzo mentalmente il pomeriggio. Me la caverò bene.

[Forse sono interiormente dissociata, ma questo mi consente di ragionare su tre cose contemporaneamente e di avere pure qualcuno che controlla! ]
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martedì, 06 maggio 2008

Drinnnnnnnnn

Si dice che le donne amino stare a lungo al telefono, con le amiche e pure con la mamma. Quando in casa si sente il fatidico suono mariti e fidanzati, genitori e fratelli già sanno che, nella migliore delle ipotesi, passerà almeno mezz'ora prima che l'apparecchio torni libero.
Ora, mi piace chiacchierare e trovo il telefono estremamente utile, ma di solito agli amici mando mail o messaggi e pare proprio che la mia mamma possa fare a meno di parlare con me per più di due minuti e più che un paio di volte a settimana.
E quindi il telefono squilla, di solito non più di tre volte se sono nei paraggi, e dopo il mio "Sì?" di rito, ché non riesco proprio a dire "Pronto?", inizia quello che ho l'impressione essere una specie di count down. Pare quasi che lei tenti di stabilire il record della chiamata più breve al mondo! Questa è la nostra conversazione tipo:
"Sì?"
"Come va?
"Tutto bene, voi?"
"Sì, bene, tuo padre è a lavoro, tua sorella fa i compiti e io cucino. Tu che fai?"
"Mah... il solito, nulla di che"
"Bene, ci sentiamo poi"
"Va bene, a presto, saluta tutti"
"Ah, ti serve qualcosa?"
"Ma no, non preoccuparti!"
"Va bene, ciao. Ciao ciao"
"Ciao"
E restano parole che nemmeno ho fatto in tempo a pensare lì, sospese nella mia testa, e le immagino penzolare nel fresco buio di una cantina satura di odori, come tanti salami in attesa d'esser mangiati.
Ci si saluta così, sempre un po' di fretta, ché lei ha tante cose da fare e io avrei sì qualcosa in più da dire, ma nulla che potrebbe mai durare più di dieci minuti. Mi dico sempre che le chiederò la prossima volta se è andata a quella mostra, se il pranzo con gli amici è andato bene, se ha sentito questa o quella notizia, se... ma so già che potrò chiederle solo una delle cose che ho in mente per poi salutarla e risentirla dopo un paio di giorni.
E per quanto a volte penso che potremmo pure investire un po' più del nostro tempo in chiacchiere, alla fine mi dico che centocinque secondi di telefonata sono più che perfetti per sapere le cose fondamentali dell'altra, anche se ci si vedrà solo dopo un mese. In fondo sono solo parole, non aggiungono né tolgono nulla a quello che siamo.
E di certo, se fossi stata Eliot Ness, Capone non avrebbe mai potuto dirmi "
Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo!"
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lunedì, 07 aprile 2008

Upside down (ɐɹdosoʇʇos)

Sono arrivata alla stazione con largo anticipo. Ci sono arrivata a piedi: sei chilometri di vie sconosciute e pochi punti di riferimento, ma "Sono randagia io!" ti dico sempre sventolandoti il mio miglior sorriso sotto il naso perché tu non ti preoccupi. Sono uscita presto per girottare un po', per familiarizzare con la toponomastica di questo nuovo posto e per non perdere l'autobus. Poi una punta d'orgoglio "Ci vado a piedi, posso farcela!". E proprio quando pensavo d'essermi persa ecco il famoso autolavaggio e chi se ne frega se la paura m'ha detto che avrei dovuto sbirciare su google maps: la strada l'avevo vista, distrattamente, molte volte comodamente seduta in auto accanto a te!
Vedo i treni andare e venire, potrei prenderne uno ora, ma oggi ho già sfidato la sorte e avuto la mia parte di fortuna. Meglio attenersi almeno a quella parte di programma che prevede che arrivi all'appuntamento alle 18:15 o giù di lì.
Mi siedo, comoda in un treno scomodo, infreddolita dal tepore di una primavera che non arriva, allento l'affettuosa stretta della sciarpa intorno al collo e guardo fuori. Un pallido sole sbuca tra rami secchi che paiono ghiacciati, nemmeno una foglia. Pare che il tempo stia rallentando per tornare indietro: è ottobre e mi sento con le pinne sulla terra ferma. E mentre mi pare d'annegare in un mare d'aria stagnante eccoti spuntare dal nulla. Come una boccata di Montecristo e un bicchiere di Zapatera mentre siedo rilassata su una vecchia poltrona dinanzi al fuoco d'un camino.
Peripezie mentali per superare la mia coerenza formale, contorsioni virtuali per renderti reale, una strizzata alle mie paure e una strapazzata al mio senso di responsabilità. "Allora chiudi gli occhi e batti i tacchi delle scarpette per tre volte e ora pensa dentro di te: "Nessun posto è bello come casa mia...
". Eccomi di ritorno nel mio nuovo mondo, rivisitazione frullata e corretta del vecchio. Eccomi mentre assecondo, senza nemmeno aver tentato di ricomporli, i miei pensieri scomposti e insensati, i miei pensieri ɐɹdosoʇʇos in un treno che, ɐɹdosoʇʇos, mi porta dritta da te.

 

upside down train

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mercoledì, 02 aprile 2008

Batman

Batman ha occhi da gatto, verdi dice lui, ma molti giorni mi sono parsi gialli. Sono nascosti dietro spesse lenti da vista e ti scrutano con curiosità. I capelli e le sopracciglia arruffati gli danno un aspetto selvatico e credo non sappia farsi la barba, ma i suoi baffi sempre curati sono piacevoli al tatto. Pungenti.
Quando sorride gli si illumina il volto e quando è stanco s’accoccola accanto a me in cerca di un po’ di carezze.
Pancia morbida e pelo biondo, soffre il solletico e mi diverto a stuzzicarlo. Ridendo dice che gli viene la malinconia. Ha la pelle chiara di chi prende poco sole, gli piace poltrire ed è estremamente goloso. Ha una brutta cicatrice sui due lati di un ginocchio. Traccia di un vecchio incidente. Quel giorno tentava di dare una lezione di disciplina ad un’esuberante signora in auto.

Batman ha paura dei medici e degli ospedali e non prende medicine, anche se lo credo assuefatto allo spray nasale. Soffre di mal di testa e adora “lagnarsi” per attirare l’attenzione.

Fa strani sogni di spie, di mafia, di giochi, di fughe e d’amore. Parla e s’agita nel sonno e dorme scomposto e sparso per il letto.

Batman ha piccole mani morbide di chi preferisce pensare piuttosto che fare, le fa scivolare delicatamente tra i miei capelli tentando di ordinarli insieme ai miei pensieri. Mangia le unghie, ma se viene sorpreso nega sornione e inventa una scusa, "Liscio i baffi" "È solo una pellicina" e altre ancora. Le sue carezze sono dolci e calde mentre esercitano una pressione variabile sul mio corpo in attesa. A sera s’intrufola sotto le coperte e mi intiepidisce il letto, sa che avrò freddo. Quando arrivo scalza, emettendo striduli gridolini ghiacciati, si fa in là e mi scalda i piedi tenendoli sotto di sé o tra le mani, poi mi bacia la fronte e mi stringe forte. Qualche chiacchiera, un po’ di tenerezze e ci addormentiamo vicini. Quasi sovrapposti.

Batman mi fa piccole sorprese, dolcemente si prende cura di me ed è bello ricambiare le sue mille premure che, candida coltre di serenità, ammorbidiscono e stemperano l’acredine di quello che è stato.

Batman è come non te lo aspetti.

Ma Batman esiste davvero?

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venerdì, 28 marzo 2008

Che tenerezza!

Alle 20:30 mi accingo a salire sul pullman come ogni sabato sera. Nemmeno faccio in tempo a sedermi che lo zelante autista m'apostrofa così "Ehi, signorina, ma tua madre sa che sei uscita?". Lo guardo perplessa e dico "Certo che lo sa...." "Mmm... sei sicura? Ti ha dato il permesso di uscire tutta sola a quest'ora? E poi come torni a casa? Non ce ne sono più mezzi, lo sai?". Sono curiosa di capire dove vuole andare a parare, mi avvicino e gli ribadisco che mia madre sa che sono uscita e che so perfettamente che quello è l'ultimo pullman della giornata per andare e che fino alla mattina seguente non ce ne saranno per tornare. Mi guarda ancora scettico e insiste "C'è qualcuno responsabile che ti potrà riportare a casa quando ti sarai stancata?" "Ma certo, chi crede che io frequenti, qualche ubriacone scapestrato?" "Ma no, è che hai più o meno l'età di mia figlia e mi preoccupo, sai, essere padre non è semplice!" "Lo credo che sia complicato fare il genitore, se continua a trattare sua figlia come una ragazzina di quindici anni..." "E come dovrei trattarla?" "Beh, se ha la mia età almeno come un'adulta, ventisei anni non sono tanti, ma nemmeno così pochi per uscire sola alla sera..." "Mioddio che gaffe, mi scusi, è che lei sembra proprio una bambina!" "Non si preoccupi, piuttosto andiamo invece di accumulare ritardo" Sorrido, lui pare calmarsi un po'. Partiamo. Trenta chilometri da soli e nemmeno una parola. Mentre scendo mi sorride e si scusa ancora "Buona serata" "Anche a lei". Vado, con l'approvazione del mio nuovo angelo custode.

Abbiamo comprato dei mobili per il terrazzo e chiesto che li consegnassero a casa. Eravamo un po' indecisi sul giorno della consegna, poi abbiamo optato per il venerdì. Però quando l'addetto alle vendite ci ha comunicato che li avrebbero portati solo fino al citofono ci siamo un po' straniti. Ci siamo guardati e infine ho detto "Mmm, fino al citofono... non  sarà meglio farceli consegnare sabato? Così li portiamo su insieme, non credo di farcela da sola!" "Sì, credo sia meglio" Abbiamo comunicato al simpatico ometto la piccola variazione e lui ha sorriso beato. Dopo qualche attimo ci ha detto "Accidenti! Sabato non si effettuano consegne!" "E vabbè, vada per venerdì" Ho detto un po' rassegnata e un po' preoccupata. Alla fine i mobili li hanno consegnati ieri, premurandosi di avvertirci e di accertarsi che il cambio non ci fosse sfavorele. E a me che cambiava? Lui era comunque a lavoro...
Quando è arrivato il trasportatore sono scesa, ho firmato, ci siamo guardati e lui m'ha detto "Ora viene papà ad aiutarti, vero?" "No, oggi purtroppo sono sola a casa, ma non si preoccupi, spingerò la scatola fino all'ingresso" "Ma no, che dici?! Sei una bambina... facciamo così, anche se di norma non è compreso nel servizio te la porto fino all'ascensere". S'è caricato il tutto e ha percorso il vialetto deciso. "Grazie, è stato davvero gentile, ma lasci pure qua, non vorrei incomodarla oltre!" "Figurati cara, sei una ragazzina, da sola come avresti fatto?" Lo ringrazio ancora e infilo, con non poca fatica, il catafalco in ascensore.

E queste sono solo le più eclatanti...

Sembro piccola, molto più piccola di quello che sono, forse dovrei crucciarmene, ma, nella speranza di mostrare qualche anno in meno pure tra altri trent'anni, mi faccio due risate e mi risparmio qualche lavoraccio fuori dalla mia portata.
postato da Chocolady alle ore 11:38 | link | commenti (24)
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mercoledì, 27 febbraio 2008

Siamo ciò che mangiamo

Polpette al sugo:
fare le polpette è troppo laborioso: la fila in macelleria, il cartoccio sanguinolento da portare a casa, infilare le mani in quella poltiglia fredda e molliccia e mescolarla con altri ingredienti poco gradevoli al tatto e all'olfatto, insomma, compriamole già formate e adagiate in una comoda vaschetta d'allumino, costeranno un po' di più, ma volete mettere la fatica?
Prendete una capiente pentola dai bordi alti, versate al suo interno due, facciamo tre, dita d'olio extravergine d'oliva e quando è ancora freddo, cioè subito dopo aver acceso il fornello, immergetevi le polpette. Quando saranno ben rosolate, in procinto di brucciacchiarsi, versate nella medesima pentola una lattina di pomodorini e aggiungete sale e abbondante peperoncino.
Uno, massimo due minuti per insaporire i pomodori e il piatto è pronto.

Pasta al tonno:
calate la pasta in acqua bollente e salata. Intanto che cuoce, preparate in un piatto fondo due scatolette di tonno comprensive d'olio. Scolate la pasta al dente, ma se l'avete dimenticata sul fuoco poco importa perché sarà comunque gustosa, versatela nel piatto, date una mescolatina e aggiungete olio extravergine d'oliva a crudo. Buon appetito!

Insalata di riso:
lessate il riso e conditelo ancora caldo con un intero barattolo di condiriso senza dimenticare d'aggiungere il liquido del condimento e l'immancabile olio extravergine d'oliva.

Patate al forno:
togliete le patate dal congelatore e mettele per cinque minuti nel forno preriscaldato a 220°C. Aggiungete sale e salse a piacere.
Questo procedimento può essere adoperato con qualunuqe tipo di prodotto congelato da forno. In questo modo potrete esser certi di mantenere intatto il cuore ghiacciato della pietanza e di conferire ad ogni piatto il piacevole aspetto di un fantasioso sorbetto in crosta calda.

Fagiolini lessi:
immergete i fagiolini in abbondante acqua salata ancora fredda e andate pure a fare i fatti vostri. Saranno pronti quando sentirete l'immancabile sfrigolio dell'ultima goccia d'acqua che evapora e avranno assunto un bel colore marrone chiaro. Sarete sicuri di non ingerire alcunché di salutare per il vostro organismo.

 

Per oggi è tutto. Mi raccomando non siate avari di spezie e...

Buon appetito!

 

[E poi dicono che i francesi non sanno cucinare! ; )http://ailaiklyon.splinder.com/post/16050210/Nouvelle+cousine]

 

postato da Chocolady alle ore 14:19 | link | commenti (21)
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martedì, 19 febbraio 2008

Eh... eravamo diciannovenni!

Lavavo i piatti e l'ho sentito rientrare, compagno di banco al liceo e poi insieme all'università.

Sei ancora qui?
Sì, finisco i piatti e torno a casa mia
C'è Ale? Vorrei chiedergli un parere
Mmm... no, sono sola, ti posso aiutare io?
Non so... vabbè volevo sapere che tipo di profilattico è migliore...
Bah... dipende...

Discussione sulle tipologie di preservativo.

Eh... ma quanti sono? Ma... senti... come faccio a sapere se è bucato?
O__o
Beh... sai...
Eh... puoi aprirlo e immergerlo in una bacinella piena d'acqua, un po' come si fa per le camere d'aria!
Ah sì?
Sì sì. Per sicurezza cospargine la superficie di sapone liquido, in caso di fori le bolle saranno più visibili
Caspita, grazie!
Figurati...

Fa per andarsene, poi ci ripensa.

Ma non sarà poco romantico tutto questo?
Dici? Io lo trovo divertente! Puoi farlo fare a lei [Occhieggio carina]
Mmm... sì... mi piace st'idea!

Sparisce felice nella sua stanza, sono indecisa se dirgli della burla prima di andar via o magari aspettare fino al giorno dopo, ma quello che raggiunge i miei orecchi è davvero troppo.

Senti, ma per evitare sta manfrina ogni volta posso provarli tutti lo stesso giorno?
Caro, io scherzavo! Infilare un profilattico è già complicato senza srotolarlo, immaginalo disteso bagnaticcio dentro e fuori e pure azzeccoso... non lo metterai mai!
Ma allora come faccio?
Non puoi fare!
Meglio non usarlo?
Assolutamente meglio di sì, sai com'è... [m'interrompo ma il pensiero va: di strambi è già troppo pieno il mondo!] meglio ridurre il rischio
Hai ragione

Sorride e sparisce di nuovo. Mi asciugo le mani e torno a casa mia.

È andata così: il giorno dopo ha acquistato i preservativi all'automatico perché aveva vergogna di farlo in farmacia, ci ha rimesso dei soldi perché l'apparecchio non dava resto, è tornato a casa seccato per la perdita, ma eccitato all'idea del suo appuntamento e... quei profilattici li hanno usati una sera per fare i gavettoni ai passanti in strada: con lei non ci fu verso!

 

postato da Chocolady alle ore 20:19 | link | commenti (25)
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