Il posto mi piace, vivace e colorato, ma sto sempre in quest’angolo anonimo a sentire gli odori, ad assorbirli fino all’ultima molecola: rum, tabacco, zolfo, cocco e lavanda, fumi di cucina. Non importa se piove o fa bello, non mi è concesso spostarmi. In questi giorni di pioggia ho ascoltato le gocce battere sui vetri e sulle togole e mi sono lasciata prendere dallo sconforto.
Il tempo passa e io posso solo osservare le ragnatele ondeggianti ad ogni filo d’aria in movimento e disprezzare le lente mosche ronzanti senza poterle allontanare.
Una pianta casca mollemonte dalla mensola in alto. Dalla mia posizione riesco a scorgere soltanto il retro delle sue molte foglie bicolori. Di certo non è l’unica, ma l’unica che io vedo.
Non sono felice, ma non posso lamentarmi, seppure non è quello che pensavo per me. Nessuno pensa mai che finirà nella monotonia di giornate sempre uguali a scacciare la malinconia come con uno sventolio di coda un cane scaccia un insetto, continuamente emarginata in un posto frequentato da chi va e viene in fretta per correre a vuotare bicchieri, fare chiacchiere, terminare lavori, strappare tempo al tempo saturando ogni angolo di vita.
Nonostante si servano di me, non pare abbiano minuti da dedicarmi e lasciano che mi crogioli nella mia solitudine. I pensieri ne stravolgono i volti, sono rapidi e distratti, sospirano, parlano, sì, ma da soli, m’ignorano mentre le loro mani s’agitano intorno a loro. Ogni volta che qualcuno viene qui, mi sento lacerare la pelle dalla freddezza di un gesto abitudinario. Mi strappano via frantumi di dignità, dilaniando la mia sottile corazza, troppo morbida per il loro essere inconsulti e voraci.
Vogliono. Cercano. Si servono. Ma resto un perfetto nessuno nella pienezza del loro mondo vicino all’esplosione, stipato come un bagaglio per un trasloco.
Ecco, la porta si apre, il solito rito si compie. Il mio senso di utile inutilità cresce mentre mi sento scivolare ancora qualche centimetro verso il basso. Il tatto di lei è gentile, ma non cambia il fatto che finirò di nuovo brutalizzata e poi gettata via. Ancora per un po’, ancora una volta fino alla fine. Vorrei fosse tutto “avanti veloce”, per evitare l’agonia e il lento scempio di me, ma nella vacuità della mia esistenza è tutto troppo freddo e insopportabilmente dilatato nell’abitudinarietà.
Un altro mio brandello vola via.
Poi tutto finisce in uno schhhhhhhhhhhhhhh... iuma. Acqua pulita.
